Egregio Direttore,
intendiamoci: io sono un cinefilo. Amo andare al cinema, fin da quando vidi Biancaneve e i sette nani riproiettato in una sala parrocchiale a metà degli anni Ottanta. Avevo cinque anni e in cabina di proiezione c’era mio zio, che al termine dello spettacolo mi ci fece entrare: quello stanzino ingombro di macchinari e pellicola è uno dei primissimi ricordi che mi porto dentro. Non solo: da quando ero adolescente mi sono appassionato alla storia del cinema. Più che il singolo film amo guardare la filmografia per intero, nei limiti del possibile, dei grandi maestri (Lang, Lubitsch, Ford, Welles, Fellini e tanti altri). Anche se in passato ho scritto per FilmDOC, giocando a fare il critico, la mia è una passione, non un mestiere, ma è certo che, dopo anni di studi e letture, oltre che di visioni, più che un semplice spettatore penso di potermi definire un cultore della storia del cinema.
Per questo Le dico che il cinema contemporaneo lascia parecchio a desiderare. E credo che, come a me, risulti sgradito a tanti altri: ha notato che da alcuni anni a questa parte escono di nuovo nelle sale numerosi film del passato? Posto che fino a poco tempo fa ciò non avveniva, e forse sarebbe stato impensabile, è probabile che il ritorno sugli schermi dei capolavori del tempo che fu sia dovuto proprio alla disaffezione del pubblico per quel che passa il convento oggi.
Devo ancora precisare cosa intendo per cinema contemporaneo: sto parlando dei film usciti dal Duemila in poi. Anche se i difetti che cercherò di individuare sono emersi con maggiore evidenza negli ultimi vent’anni, vedremo che ci sono delle ragioni per criticare la produzione del nostro secolo nel complesso, che oggettivamente è altra cosa rispetto al cinema del Novecento.
In estrema sintesi, di questi tempi il cinema risulta generalmente politicizzato, mediocre, in crisi di identità, talvolta (spesso) malvagio. Ma entriamo più nel dettaglio.
Oggi cinema occidentale è sinonimo non di intrattenimento o di arte, le due finalità tra cui ha sempre oscillato l’industria dei film, ma di propaganda. Ecco allora tutto un proliferare di drammi sulle minoranze protette dal politicamente corretto (migranti, Lgbtq, donne vittime del patriarcato…). Oggi i registi non mirano a emozionarci: ci vogliono educare, in molti casi a ri-educare, al multiculturalismo, all’omosessualismo, al femminismo radicale etc. Grande attenzione al bel messaggio in due ore e mezza di noia. Il guaio, al di là della differenza di opinioni che in una democrazia reale dovrebbe essere sempre messa in conto e accettata, è che io spettatore non vado al cinema per imparare, ma per svago. Non pago un biglietto per farmi convincere, poniamo, che il razzismo è sbagliato, perché lo so già che è sbagliato: io pago per distrarmi, divertirmi, commuovermi. In una parola ricrearmi. Sto cercando uno spettacolo, non una scuola. Sono uno spettatore, non un discepolo, tra l’altro di maestri estremamente discutibili.
Due esempi di recenti successi. Se fosse stato girato negli anni Ottanta, Barbie (2023) sarebbe stato una fiaba, un musical brioso, magari con qualche messaggio edificante, per altro molto sotto traccia, relativo alla bellezza dei sentimenti e degli affetti familiari. In primo piano ci sarebbe stata la storia d’amore con Ken e sullo sfondo la gratitudine che i bambini devono nutrire verso mamma e papà, magari poco presenti e sempre al lavoro, è vero, ma per assicurare loro, tra l’altro, un mucchio di giocattoli costosi. Qualcosa del genere. Oggi Barbie è un film politico sull’emancipazione femminile e la lotta agli stereotipi del maschilismo. La bambola protagonista si chiama proprio così, “Barbie stereotipo” (quella bionda e slanciata a cui tutti pensiamo quando diciamo Barbie), e ha problemi di questa natura: crede di essere una femminista ma si sente dare della fascista dalle ragazzine… Capita l’antifona? Il film, coloratissimo, è sempre un mezzo musical, ma la storia d’amore con Ken non c’è: il messaggio ha cancellato il sentimento, salvo che in una breve scena su cui tornerò più avanti. Il film non si chiude con il canonico binomio bacio e canzone, come tantissime pellicole del passato destinate al pubblico femminile, da Colazione da Tiffany (1961) a Pretty Woman (1990) e oltre, bensì con la trasformazione della bambola in donna vera, che per la prima volta si reca a farsi visitare dal ginecologo… Sai che emozione! In sala abbiamo tutti tirato fuori i fazzoletti.
Le cose vanno peggio in C’è ancora domani (2023), il pluripremiato film di Paola Cortellesi. Almeno in Barbie qua e là fa capolino una riuscita ironia, qui siamo a un catalogo piatto e acritico degli stereotipi femministi e politicamente corretti sul patriarcato e sulla tradizione: il marito violento, il suocero sporcaccione, le donne remissive… Non c’è una motivazione, un approfondimento dei personaggi. Una serie di figurine ritagliate dal dépliant di un corso di rieducazione femminista con annessa riscrittura della storia (a proposito della donna italiana del secondo dopoguerra, qui ritratta come spenta e oppressa: la Cortellesi dovrebbe vedere, o rivedere, i film di Anna Magnani, almeno L’onorevole Angelina, uscito nel 1947, proprio un anno dopo il periodo in cui è ambientato il suo film).
L’opera ha ottenuto un grande successo di critica (quella italiana, faziosa, perché all’estero è stato stroncato) e pubblico. Un successo dovuto a motivazioni ideologiche. Ne riparliamo tra vent’anni, confidando in un mutamento del clima politico e culturale.
Anzi no, Direttore: continuiamo con C’è ancora domani, perché è un esempio emblematico non solo della politicizzazione, ma anche della mediocrità del cinema contemporaneo. C’è un passaggio del film di una stupidità che lascia sconcertati (io vedendolo pensavo fosse una scena onirica, un sogno del personaggio che nell’inquadratura successiva si sveglia e scuote la testa, dicendo “No, nun se po’ fa’”). La sequenza è la seguente. La protagonista scopre che la figlia sta per sposare il ragazzo sbagliato, e rischia di finire come lei, a fare una vita da serva. E allora che ti combina, questa povera madre amorevole, per altro donna abituata a tutto subire senza fare una piega? Grazie all’aiuto di un soldato americano di buon cuore di cui è diventata amica, fa saltare in aria col tritolo il bar dei futuri suoceri! Gente antipatica, non c’è che dire: ma da qui a distruggergli l’attività, trasformando una casalinga maltrattata in bombarola, un soldato statunitense in complice di un attentato, un crimine in soluzione ai problemi familiari… Viene da citare Il secondo tragico Fantozzi: “per me, C’è ancora domani…”
Oggi sesquipedali sciocchezze come questa non vengono nemmeno più notate. La critica è pressoché evaporata. Se il sentimento nei film latita, la banalità regna, lo stereotipo politicamente corretto, la parola d’ordine, il già visto, l’usato sicuro. Il cinema contemporaneo racconta sempre le stesse storie e lo fa sempre peggio. Pensiamo alla serialità oggi così diffusa, con la quale ad esempio la Disney affossa qualunque narrazione di successo su cui metta le mani: nella saga infinita di Starwars quante basi orbitanti hanno dovuto distruggere i ribelli? Non se ne può più. E poi battute scontate, recitazione incolore. I film si scrivono male e si mettono in scena peggio. Ai mostri sacri della New Hollywood è succeduta una generazione di attori scarsamente espressivi o perennemente sopra le righe. Pensiamo solo alla parabola del cinema di Martin Scorsese, dove a De Niro è subentrato DiCaprio: il confronto tra le due star è impietoso. Uno dei motivi per cui ci ricorderemo per sempre di Taxi Driver (1976) e probabilmente dimenticheremo in fretta The Wolf of Wall Street (2016) è proprio la ben diversa caratura dell’attore protagonista.
Caro Direttore, non vorrei sembrarle un noioso laudator temporis acti. È chiaro che artisti di talento esistono anche oggi, ma è il sistema che compromette pesantemente i risultati. La motivazione è strutturale: il cinema ha perso la sua identità, da quando, nei primi anni Duemila, avviene la transizione al digitale. Non si tratta infatti di un semplice passaggio da un supporto (la pellicola) a un altro (i bit). Al referente oggettivo che la macchina da presa doveva riprendere, reale anche quando fasullo (che so, i diversi pupazzi realizzati per Lo squalo del 1975), il digitale sostituisce possibilità infinite ma tutte irrealistiche: punti di vista non umani, interminabili movimenti di macchina, effetti e scenari creati in computer grafica. Da Avatar (2009) in poi, dalla nascita della Marvel Entertainment nel 2005, con la successiva proliferazione dei film sui supereroi, un cinema da poco digitalizzato si ibrida col protagonista indiscusso del mondo dell’intrattenimento digitale: il videogioco. Che è ben altra cosa rispetto al cinema.
La perdita del contatto con la realtà ripresa, con gli oggetti e gli ambienti, sostituiti da immagini generate al computer, non può che compromettere la natura stessa dello spettacolo cinematografico, che era realistico anche quando raccontava mondi fantastici. Per essere coinvolto lo spettatore deve sospendere l’incredulità: il cinema, rispetto alla letteratura, aveva dalla sua l’arma del realismo fotografico. Certo, ci sono sempre stati film onirici, film teatrali, film che non miravano alla verosimiglianza, ma la maggior parte delle opere, compresi i film fantastici, era realistica, e a questo servivano gli effetti speciali. Ci mostravano mostri e alieni e noi spettatori ci facevamo convincere, inevitabilmente, perché li vedevamo coi nostri occhi. Nel caso poi i trucchi non fossero sufficienti a creare l’illusione si ricorreva all’allusione, si costruiva un’atmosfera per sottrazione, proprio evitando di mostrare troppo.
Il digitale quale progresso avrebbe portato? Gli effetti speciali oggi sono più fasulli di quelli impiegati negli anni Novanta, e sembra incredibile che lo Spielberg che ha diretto il già citato Lo squalo, o Jurassic Park (1993), in Disclosure Day (2026) inserisca degli animali (uccellini, cervi…) palesemente finti, evidentemente disegnati al computer. Oppure si prenda la sequenza dell’inseguimento nel celebre Il braccio violento della legge (1971), girata tra l’altro in modo estremamente pericoloso per strada, nel traffico reale di New York, e la si confronti con una qualsiasi scena analoga di un film prodotto ai tempi del digitale: in quel capolavoro si arriva a effetti di verismo documentario che oggi ci sogniamo. Tra i teorici del cinema c’è persino chi ha proposto di abolire la distinzione tra i film d’animazione e quelli con attori in carne e ossa, perché anche per la seconda categoria oggi si potrebbe parlare di film “animati”, in ragione del massiccio ricorso alla computer grafica.
In secondo luogo, gli sviluppi del digitale hanno influito negativamente anche sulla fotografia dei film, moltissimi dei quali assumono tinte ferrigne, grigie o bluastre, divenendo indistinguibili l’uno dall’altro. Pare che il pubblico stia iniziando a rigettare quest’estetica, forse adottata con intenti realistici, anche se il mondo non è certo colorato in sfumature di grigio. Secondo alcuni la motivazione del fenomeno risiederebbe invece nella distribuzione che oggi attende i film: una fotografia desaturata permetterebbe all’opera di essere trasmessa più facilmente sulle piattaforme di streaming, sui telefoni cellulari… Anche qui: come fanno a emergere i talenti se tutto è standardizzato in favore di schermi che non sono quello di una sala cinematografica?

Tablet e cellulari sono poi all’origine di un terzo fattore di decadenza, della perdita di identità di cui soffre il cinema: tali dispositivi, che teniamo in mano sia per riprendere lo spazio intorno a noi sia per guardare foto e video, ci hanno abituato a visionare immagini instabili, costantemente mosse. Di qui l’uso e l’abuso della videocamera scossa, cominciato col mediocre ma redditizio The Blair Witch Project – Il mistero della strega di Blair (1999), proseguito con alcuni capitoli della saga di Jason Bourne e oggi dilagante. Un’inquadratura ballerina imprimerebbe realismo alla scena, ma crea altresì un disagio percettivo che distrae dall’interpretazione degli attori. Nel cinema novecentesco di qualità, invece, ogni movimento di macchina era motivato da esigenze narrative ed espressive, aveva cioè un preciso significato. E poi lo spettatore merita rispetto: non gli si può far venire il mal di mare. Quando nel 2007 uscì The Bourne Ultimatum – Il ritorno dello sciacallo, negli Stati Uniti venne diffuso l’avviso che la visione del film poteva generare chinetosi, ovvero mal d’auto. Un cinema che non si preoccupa del benessere degli spettatori, anzi punta a farli star male, perde il carattere di spettacolo e diventa sfida, provocazione, crudeltà gratuita. Sì, Direttore, lo so che è tutta l’arte contemporanea, non solo il cinema, che vive il rapporto con il fruitore in questa dimensione di sberleffo, scandalo, diciamo pure di mancanza di rispetto, e in molti si chiedono infatti: è ancora arte? O è diventata altro?
La crisi di identità del cinema, e se vogliamo dell’arte contemporanea in toto, comprende anche, forse inevitabilmente, una crisi valoriale. Se prendiamo in considerazione i contenuti dei film, notiamo che siamo andati già ben oltre la trasgressione: siamo alla normalizzazione del male. E non mi riferisco solo all’ideologia del politicamente corretto di cui dicevo all’inizio. Oggi i film predicano il male, apertamente e nell’indifferenza generale. Inutile soffermarsi sull’influsso della pornografia sul cinema, che balza agli occhi: quando ci vengono mostrati nudi integrali e perversioni sessuali in pressoché tutti i generi cinematografici, dall’opera d’autore al western, non si sa più a che santo votarsi. Ma pensiamo anche alla diffusione di elementi riconducibili al satanismo. Per esempio nel morboso e a tratti nauseante Nosferatu (2024), si dice espressamente che il vampiro ha fatto un patto col diavolo, ma nonostante l’evidente contraddizione si invocano poi una serie di demoni contro di lui. Si cerca di stipulare una sorta di patto coi diavoli per contrastare un’incarnazione del male. Non c’è solo l’approssimazione, la mediocrità di scrittura di cui abbiamo detto: questo è un vero e proprio ribaltamento logico e spirituale. Invocare il diavolo diventa lecito, lo si può fare a fin di bene. Come no!
Dal punto di vista etico colpisce anche l’impunità che nei film femministi viene concessa alle protagoniste, sia all’interno della narrazione (i personaggi non subiscono conseguenze per azioni riprovevoli), sia considerando le mancate reazioni di pubblico e critica, come per il bar fatto saltare in aria in C’è ancora domani. E questo accadeva già in film precursori del filone, quali Thelma & Louise (1991), in cui le protagoniste rapinano un negozio, e Pomodori verdi fritti alla fermata del treno (1991), dove torna utile addirittura il cannibalismo. È un cinema che presenta come normale, e magari doveroso, il male assoluto.
Caro Direttore, dobbiamo dunque dire addio alla magia della sala buia e dello schermo bianco che si popola di immagini? Io spero proprio di no, e in attesa di tempi migliori vado cercando qualcosa di buono e di qualità. Del resto anche nello sgangherato Barbie c’è un bel momento di cinema. È la commovente scena della panchina, quando Barbie, che ha appena pianto, vede per la prima volta una donna anziana, scoprendo la vecchiaia. “Sei bellissima” le dice, l’altra risponde “Sì, lo so” e le due si mettono a ridere. Questo è sentimento, questa è bellezza. Speriamo che, come la bambola bionda, anche il cinema riscopra, e torni a mostrarci, il fascino della realtà.
Cordiali saluti
Emanuele Gavi