Sanremo 2019: ecco perché ha vinto Mahmood

Egregio Direttore,

Claudio Baglioni alla guida del festival di Sanremo mi ha proprio deluso. Ha infarcito quest’ultima edizione di pezzi trap, ultima frontiera della musica spazzatura, per giunta sposandoli alla solita, logora ideologia del politicamente corretto, ed evitando il benché minimo contraddittorio, come è abitudine dei (a parole) liberal. E sì che proporre visioni alternative sarebbe stato facilissimo: bastava non bocciare la canzone Porte Aperte, che due dei New Trolls (non propriamente dei signori nessuno) avevano presentato alla selezione dei brani. Ma Mister Sanremo l’ha rifiutato. “È brutta”, scrive un sito, “suona come un demo da tastierone Casio con un duo da sagra di paese”. La politica non c’entrerebbe nulla, secondo i difensori della scelta di escludere il pezzo. L’accenno critico all’Unione Europea e quello alla paura degli italiani di fronte ai flussi migratori incontrollati non hanno certo influito sulla decisione, figuriamoci. Inviterei i lettori di Nessun Giornale ad ascoltarla, questa “brutta” canzone, e a confrontarla con lo standard non proprio esaltante dei pezzi in gara a Sanremo quest’anno.

Quindi il contraddittorio non è previsto, e viene eliminato già in fase di selezione delle canzoni. Il brano “sovranista” viene escluso. Ma non basta. Al televoto Ultimo è arrivato evangelicamente primo (46,5%). Dietro di lui il Volo con il 39,4%. Mahmood ha ottenuto soltanto il 14,1% dei voti degli spettatori! E come ha potuto vincere quest’edizione del festival?

Il fatto è che il giudizio del pubblico contava solo per il 50%, e la classifica è stata poi stravolta dal verdetto di sala stampa e giuria d’onore. Posto che in sala stampa siedono giustamente i signori della stampa, supponevo che la giuria d’onore fosse composta da musicisti (d’altronde siamo a Sanremo, mica al premio Strega o alla Mostra del Cinema di Venezia). Macché: a parte Mauro Pagani, ancora giornalisti e conduttori televisivi (casualmente tutti di sinistra: Beppe Severgnini, la Dandini…), volti noti del cinema (il regista Özpetek, specializzato in storie di omosessuali, Claudia Pandolfi, l’attrice che ha dichiarato di essere “un po’ lesbica dentro”…), lo chef (?) Joe Bastianich… Quindi giuria monocolore (ma arcobaleno), e priva di competenze specifiche in campo musicale.

Ora vorrei chiederLe, caro Direttore: la par condicio dov’è? È così che la Rai spende i soldi dei contribuenti, tra cui il sottoscritto? Chi mi rappresenterebbe, di costoro? È questa la tivù pubblica in Italia? “Pubblica” non dovrebbe significare “di tutti”? Non dovrebbe essere sinonimo di pluralista, aperta alle opinioni di sinistra, di destra, di centro, purché espresse in modo educato e rispettoso?

Tornando a Claudio Baglioni, vorrei proporLe una mia interpretazione della “vittoria” di un pezzo che, stando al televoto, non è piaciuto pressoché a nessuno. Non alimentiamo le polemiche: anche in questo caso la politica non c’entra. No, nessuna volontà di lanciare un forte messaggio antisalviniano. L’ascendenza straniera di Mahmood, di padre egiziano, è del tutto irrilevante. Nulla di pilotato in questo premio, per carità.

Quanto alla qualità della canzone, chi siamo noi italiani, popolo di ignoranti che di arte non capisce nulla, per affermare che il trap sia inferiore per esempio al rock, vedi i New Trolls? Ma non è stata determinante neppure la valutazione estetica del brano.

La verità taciuta dai media è che si tratta di una criptocriptocitazione di un pezzo di Baglioni stesso. Proviamo a confrontare:

Mahmood (Soldi): “Mi chiede come va, come va, come va/Sai già come va, come va, come va”
Baglioni (E tu come stai?): “E ti domanda adesso/Tu come stai?/Tu come stai?/Tu come stai?/Tu come stai?”

Facile, no?

Cordiali saluti

Emanuele Gavi