Il mare e la sua canzone

Egregio Direttore,

una decina di anni fa, mentre passeggiavo in un bosco (ricordo ancora con precisione dove e quando), mi venne da pensare che sarebbe stato bello leggere un libro di poesia interamente dedicato al mare. Che io sappia, una tale opera non esisteva. Dieci anni dopo ecco fare la sua comparsa in libreria un volumetto che raccoglie un centinaio di poesie sul mare (per la precisione sono 100 più una in apertura e una in chiusura dell’opera). Si intitola Il mare e la sua canzone. Essendone l’autore, non posso pretendere di scriverne una recensione, giudicando il mio lavoro. Vorrei però condividere con Lei qualche poesia del libro, e prima ancora, a mo’ di introduzione, citare un paio di colleghi che l’hanno letto con attenzione. Un professore di italiano scrive (qui la fonte):

Un libro di liriche dedicate al mare di Liguria che coinvolge da qualsiasi poesia si inizi e ci porta a viaggiare dentro di noi: sprizza colori vivaci ed emana sapore di salsedine e onde, ci fa percepire il sole forte, tanti ricordi e la Bellezza della vita, dei “cantucci” che abbiamo intorno e teniamo custoditi in noi, nel nostro mare. Le poesie sono brevi ma tinteggiate con delicatezza, folgoranti ma meditate, lunghe ma ricche di dettagli e atmosfere mai banali, di analogie e richiami a ricordi dell’autore che però appartengono a tutti. Per me è questo che impreziosisce la raccolta e la rende una bellissima lezione di vita e di Poesia. Posso dire che è stata una sorpresa, una fiamma che mi ha scaldato l’immaginazione e riempito di tepore.

Scrive bene, no? Si vede che è un letterato.

Una collega di arte a cui ne ho regalato una copia, invece, in privato mi ha scritto questo messaggio:

Carissimo Emanuele, sto leggendo le tue poesie, un balsamo per la mia anima tormentata e affranta. Nella Bellezza c’è la Speranza e i tuoi versi sono profondi, meravigliosi. Grazie, è il regalo più generoso che abbia mai ricevuto.

Addirittura! Si immagini, Direttore, la mia emozione nel ricevere valutazioni così lusinghiere e commoventi. Già pubblicare un libro di poesie è come mettersi a nudo in pubblico (metaforicamente, che crede? Chi fa poesia usa un linguaggio metaforico, no?). In più accogliere in risposta le emozioni altrui, condividerle reciprocamente, pensare che nuove emozioni sono nate da qualcosa di mio, che forse qualcosa di buono l’ho fatto anch’io nel mio piccolo… è davvero una grazia. Ma giudichi lei stesso dai testi che seguono, se è questione di vanità, se sono pure velleità, o se c’è della sostanza.

Cordiali saluti
Emanuele Gavi


Mosso

Rimonta la baruffa delle onde,
nonostante il buon tempo resiste
la sommossa di una notte di lampi.
Si arriccia
tutta la vasta distesa argentea,
si copre di scaglie e riflessi in fermento.
I marosi si scornano
furibondi sulle rocce,
sbuffi come di balene invisibili
investono in verticale la costa.
L’una e poi l’altra e poi l’altra
le ondate
esplodono in aria, tra le ciglia,
un grande spolverio di frantumi:
bianca oscura la vista del sole
la nube accecante di sale marino.

Rinviene nei capelli dei bimbi,
nel tepore fresco delle carni,
vortica nelle vene,
nel pigmento degli occhi,
modella le labbra rosse
sulla bocca delle adolescenti,
scandaglia gli animi turbati
dai sorrisi che non si scordano.
Non so cosa sia. Di questa vita
è l’essenza e l’energia.


Alta marea

Lentamente veloce
risale e cancella
ogni presenza, ogni voce.
Dolce e inarrestato,
velocemente lento
crea un vuoto e lo riempie:
è l’ora del mare sonoro.
Tornerà a ridiscendere,
torneranno i bagnanti a sfidarlo.
Ma adesso suo è il campo,
il tempo,
il silenzioso fragore.

Quanto è piccolo l’uomo
di fronte alla vita, le sue delizie,
il suo dolore, eppure
si crede signore indiscusso
del proprio destino,
lui,
che è un semplice amministratore.
Un bambino sulla rena
ha mai fermato il flusso che monta,
o ha mai impedito un giorno solo al mare
di ritirarsi senza salutare?


Spuma III

Ride il mare, e risale.
Divampa il biancore,
alto ammanta tutta la costiera.
Gonfia all’incontro il rombo
dell’allibito litorale,
s’abbarbica alle rocce,
penetra le calette e nel risucchio
veloce si ritrae sui sassi lisci:
fresca friggicchia l’eco, e svanisce.
La pulizia del mare!
La levità delle sinuose creste!

Anch’io voglio correre incontro
alla vita vera,
e vivo per l’istante della morte,
perché desidero vedere Dio,
il resto è strumento, ostacolo o idiozia.
Ma nel frattempo l’esistenza
mi si sporca e mi rovina
in basso,
non trova salvezza in un approdo.
Eppure, a intervalli,
anche questa mia vita macchiata,
sulle ali della grazia,
brilla di rinata leggerezza.

Stasera voglio correre un’ora,
correre fermo e in volo
tra mare e cielo,
correre in braccio all’azzurro,
finché non diventi oro, e poi blu, e mai nero.


Spicca il volo
la barca al largo,
specchia nell’acqua
la rincorsa diritta
di ali affilate,
le attuffa e riprende.
Chi voga è una spinta leggera
quasi in punta di piedi
al carrello,
le gambe e le braccia
alterna e distende,
volge indietro la testa
a curvare la rotta,
sempre controcorrente.

Più in alto è la barca,
e meno terrena
la vita si fa.
Il mare rotante
le smanie cancella,
ristora le membra, i sensi riaccende,
invoglia a inseguire
la preda sfuggente
quanto più si avvicina
al cuore dell’uomo,
divina ed eterna:
la felicità.

Non c’è più tempo, in mare aperto,
né presente: lo spazio
si impossessa di tutto,
e un perenne movimento.


Un giorno, lo so, verrà il mio momento,
e prima ancora dovrò
dire addio alla barca
– bianco cavallo alato mio –
e lasciare il remo diritto,
consegnarlo a un bambino, a un ragazzo
bello ma sconosciuto,
e guardarlo timido prendere il largo,
augurandogli la stessa fortuna
e la medesima fede,
di vivere e amare la vita com’è,
col sogno nel cuore, e il rovello,
di diventare una persona migliore.


Rischiara.
Del mare affannoso il respiro
si scioglie sommesso,
e placato, riveste il suo manto
soave gli abissi funesti,
le burrasche sommerge e i suoi morti.

Sorvola la barca,
al calar della sera,
gli argenti cangianti,
i borghi rosati,
i monti d’oro dei golfi.
Tentò Dio, nel deserto, il demonio.
Io, sulle caste distese di brezza,
non l’ho mai incontrato.

Annotta.
Si confonde la scia della barca
– alata chimera –
tra le mille striature dei sogni.
Sarà l’eco paziente del mare
a scacciare i tumulti,
o l’ora irreale
col suo spreco di stelle:
adesso, lo sento,
è un momento di grazia.
L’anima, sazia, si fa leggera leggera…
E perdono me stesso.


Il mare si svuota di colore
nella freschezza azzurra,
e l’uomo si ripulisce nell’animo
di cure e sozzure,
esce da sé.
Miracoli dell’azzurro!
Vinto, il rumore del mondo tace,
e sotto la volta terrestre
il brusio delle spume
risuona celestiale.
Sia pace agli uomini di pace.


Preghiera

Il mare: immensità
essenziale.
Specchio del suo creatore:
dell’Amore.
Orizzontale che riflette
il verticale.
Costanza in perenne movimento,
stasi attiva,
deserto e nutrimento.
Sollievo
a ogni mio più intimo tormento.

Mare, come accogli la vita
mia amara,
le mie impuntature,
come un orfano
una novella madre.
Salvami
dai paesi mostruosi da cui vengo,
insegnami che la vita
è bella finché siamo vivi
e possiamo amare.


Salve Regina

Anche se chiudo gli occhi,
sopra di me continua a nascere
l’azzurro,
su su oltre le bianche scie,
ultima traccia degli uomini in volo:
copre col suo manto verginale
il mondo.
Venga pure, il futuro.
Lascio andare la terra,
affondo piano nel sonno.
Più nulla mi turba,
cullato dalla sua benevolenza:
il mare che ricresce incandescente,
il sole,
l’orizzonte sempre uguale,
curva diritta che abbraccia il cielo.


Sul viale

A sera, salendo su per il viale
ormai nero,
oltre le siepi,
l’orizzonte di case si profila
e come s’incide
su una linea d’oro sottile.
È l’invito prezioso,
dopo il giorno opaco,
a una fulgida notte.
Nell’ora sospesa
si fa strada il sogno,
s’avvera l’incanto:
dal crinale al porto
la città, sussurrando,
si trasforma in borgo.

In basso,
lambisce i palazzi
la marina scura dal rombo smorzato.
Si scuote nel buio,
respira incessante
nel seno della città.

Sulla via tortuosa,
la mia vita non sa
di noia e malinconia,
ma spera serenità.