La Pasqua in “zona rossa” del poeta Carlo Betocchi

Egregio Direttore,

visto che domani è Pasqua, vorrei proporLe alcune liriche di Carlo Betocchi (1899-1986, torinese, cattolico). L’edizione Garzanti delle sue poesie, per anni introvabile, è stata finalmente ristampata nel 2019. Betocchi è uno dei poeti della linea cosiddetta “antinovecentista” (quella che si contrappone agli ermetici, a Ungaretti), con Saba, Penna, Caproni… E proprio a Caproni dedica questi versi, tratti dalla raccolta L’estate di San Martino, del 1961:

Per Pasqua: auguri a un poeta

                                                               a Giorgio Caproni

Giorgio, quante croci sui monti, quante,
fatte d’un po’ di tutto, di filagne
che inclinate si spaccano, di scarti,

ma croci che respirano nell’aria,
in vetta alle colline, dove i poveri
hanno anch’essi un colore d’azzurro,

la simile cred’io l’ebbe Gesù,
non già di prima scelta, rimediata
tra’ rimasugli d’un antro artigiano,

commessa con cavicchi raccattati,
eppure estrosa, ed alta, ed indomabile
e tentennante com’è la miseria:

ecco la nostra Pasqua onde ti manda
il mio libero cuore quest’auguri
pensando che non è per l’occasione

ma per quella di sempre, che si salva
dalle occasioni, del cuor che non soffre
che del non amare, e sempre sta in croce

con un cartiglio fradicio che in vetta
dice: È un poveraccio, questi che vuole
ciò che il mondo non vuole, solo amore.

Poesia d’occasione, dunque, ma, come spiega lo stesso poeta nei suoi versi, non “per l’occasione” (il giorno di festa), ma per l’occasione di sempre, che alla maniera di Montale è quella del cuore “che non soffre/che del non amare, e sempre sta in croce” mendicando ciò che il mondo rifiuta, l’amore.

E la poesia di Betocchi è proprio come la croce che il poeta immagina per Gesù, a partire dalle croci innalzate alla bell’e meglio sui monti che certo dovevano essere care a un ligure di adozione come Caproni: povera, dimessa, e nello stesso tempo “estrosa, ed alta, ed indomabile”. È una poesia fatta di oggetti quotidiani (una panca, le tegole di un tetto su cui si apre la finestra del poeta), di ambienti domestici, una poesia da lockdown… e da anziani: forse nessun poeta italiano come Betocchi è il poeta della terza, se non della quarta età, più del sarcastico Montale, dell’Ungaretti facile agli amori senili, del Saba dedito ai suoi canarini. Betocchi non è solo un poeta vecchio, è un poeta che canta l’elegia della vecchiaia:

La panca contadina

Odi il canto del gallo, odi le prime
campane, cosi come tu sei, ora,
da stanca suppellettile, mio cuore,
come quando è mattina
nella vecchia cucina,
la panca contadina, e tutti dormono;
che pur se tra le fibre ti si legga
ancora picchiettato d’albe e canti
di galli, ben poco hai appreso, cuore,
dalla vita già verde;
e ormai nient’altro costi,
ridotto a intagli e tacche come sei,
che quel che vale ciò che sempre serve.

Perciò, già che sei vecchio; e tutti passano
su di te levigandoti,
chi per suo agio chi per baloccarsi,
bada a non metter schegge che feriscano
le giovinette carni ai più bambini,
via via che più tarmato e secco sèi
e più prossimo a farti poca cenere
al primo odore di bruciaticcio…

Un poeta che sta in casa e medita: la sua “zona rossa” è un mare di tegole esposte alle intemperie e alla canicola. Ecco la grande poesia, metafisica com’è sempre la poesia vera. Che c’è infatti di più banale del tetto di una casa? Eppure sono proprio quelle tegole a “provocarlo” con mille voci sul senso del dolore, a cui il cielo sembra non dare risposta:

Dai tetti

È un mare fermo, rosso,
un mare cotto, in un’increspatura
di tegole. È un mare di pensieri.
Arido mare. E mi basta vederlo
tra le persiane appena schiuse: e sento
che mi parla. Da una tegola all’altra,
come da bocca a bocca, l’acre
discorso fulmina il mio cuore.
Il suo muto discorso: quel suo esistere
anonimo. Quel provocarmi verso
la molteplice essenza del dolore:
dell’unico dolore:
immerso nel sopore,
unico anch’esso, del cielo. E vi posa
ora una luce come di colomba,
quieta, che vi si spiuma: ed ora l’ira
sterminata, la vampa che rimbalza
d’embrice in embrice. E sempre la stessa
risposta, da mille bocche d’ombra.
– Siamo – dicono al cielo i tetti –
la tua infima progenie. Copriamo
la custodita messe ai tuoi granai.
O come divino spazia su di noi
il tuo occhio, dal senso inafferrabile.

Quella di Betocchi è una poesia che colloca anche le piccole cose nell’eternità, e colloca l’uomo tra le piccole cose, così come deve essere se lo si guarda da una prospettiva ultraterrena. Leggiamo una lirica tratta da Un passo, un altro passo, del 1967 (le altre provengono tutte da L’estate di San Martino):

Eppure so che la vita, nel tempo,
è gremita di stagioni, e che ognuna
ha la sua libertà, nel bene e nel male,
di scambi, di nutrimenti; e che nulla
vale a disfarmi, se mi tengo per quello che sono;
nei miei limiti di creatura.
Riconoscermi limiti è fonte della mia salvezza.
Poi, nella morte che sa chi fui, attenderò
che m’apparisca, sempre a me casalinga,
l’eternità, come un’altra, ma più libera creazione.
Chi può disfarmi è il peccato che è senza stagioni
ma agogna di regnare sul tempo da despota,
e tenta, dal tempo, il passaggio nella mia anima,
perché egli sa che è eterna e che solo di quella
può fare a se stesso la soglia, infernalmente regale,
della sua sterile eternità.

Per il cristiano Betocchi diventa “casalinga” persino l’eternità, purché egli riconosca i suoi limiti di creatura, dunque il suo legame col Creatore, e sappia sottrarsi all’assalto del peccato, che brama di entrare nell’anima dell’uomo per farne a se stesso la porta di una “sterile eternità”. Ma l’anima ha ricevuto il dono della fede, “vede/sempre ciò che’essa crede”, come scrive in quest’altra poesia, dedicata alla prima domenica successiva alla Pasqua (ma forse il plurale del titolo allude a tutte le domeniche, e il colore bianco – “albus” in latino – indica la luce della Grazia di cui è circonfusa l’anima del poeta, del credente):

Domeniche in Albis

Giorni d’azzurro vivo
e di tegole rosse,
e il mondo è come fosse
un infinito abbrivo
d’anima su quei colori
fin dov’esso s’estenua

questi sono i miei amori

la mia persiana verde
da cui schiusa si perde
la veduta, non l’anima,
perché l’anima vede
sempre ciò ch’essa crede
nei suoi bianchi fulgori.

Caro Direttore, al mondo di oggi manca proprio questo “infinito abbrivo”, cioè spinta, “d’anima”. Possa questa Pasqua farci uscire dalla contemplazione del tetto del vicino, che tra l’altro per molti di noi non è rosso di cotto ma grigio di cemento.

Buona e Santa Pasqua, dunque!

Emanuele Gavi