In città dilaga lo svacco estivo. E fa rimpiangere la scuola

Egregio Direttore,

una passeggiata in città durante questi mesi estivi offre la visione di un’umanità sempre più degradata e barbarica. Alte temperature e umidità paiono in grado di travolgere ogni residuo di decenza, educazione e rispetto per chi si incontrerà una volta usciti di casa. Viene da chiedersi: ma gli altri, per queste persone, esistono? Sono ancora in grado di vederli? L’impressione è quella di avere a che fare con una dissociazione mentale: tanti, in mezzo alla folla, pretendono di vivere come se si trovassero su un’isola deserta. Il buon gusto si squaglia come neve al sole agostano. Il pudore è stato rimpiazzato dall’orgoglio (gay e non solo). E poi c’è chi dà di matto, magari su un autobus affollato.

I nuovi barbari non vengono dal nord, ma sono tanti italiani, tatuati dalla testa (in faccia) ai piedi. E i tatuaggi bisogna mostrarli, altrimenti perché si sono spesi tutti quei soldi per farseli? Ed ecco omaccioni a torso nudo come fossero in spiaggia. Ecco donne di mezza età e oltre con la carne delle braccia già aggrinzita e cadente, ma tatuata.

Le donne. Centocinquant’anni fa mostravano lo stivaletto laccato, salendo sul predellino delle carrozze. Bastava la fugace visione di una calzatura femminile, e gli uomini sentivano un brivido correre lungo la schiena. Poi la moda ha imposto di scoprire la caviglia. Poi la gamba, intesa in senso stretto, dunque fino al ginocchio. Poi la coscia. Adesso siamo a un terzo di natica. Siamo passati dalla scollatura alla sculatura. Tra l’altro, a chi può interessare vedere ragazzine delle medie “con le fette di fuori”, come dicono i miei studenti? Quale sarà mai l’obiettivo degli stilisti che hanno disegnato (per delle bambine!) questi shorts più short di un paio di mutande?

Ma non basta. Fino a qualche tempo fa si denudavano solo le donne che potevano permetterselo. Defunta l’etica, rimaneva in piedi almeno l’estetica. Non mostro le gambe se ho delle gambe brutte. Degli zamponi. Oggi col senso del pudore è svanito anche quel rimasuglio di sensibilità estetica. Ed ecco ragazzine sovrappeso con dei prosciutti così che si appiccicano sui sedili di plastica degli autobus, e poi si scollano al momento di guadagnare l’uscita.

All’estremo opposto ci sono le anoressiche. E qui arriviamo all’orrore: non trovo un termine più appropriato. Quest’estate ho incrociato più volte gruppetti di donne anoressiche, anche loro in calzoncini, da cui spuntavano gambe ossute, scheletriche. La prima domanda che viene da farsi è come si reggano in piedi. La seconda è come ci si possa ridurre così. Come sia possibile che delle persone ricche, vestite alla moda, abbiano acquisito deliberatamente (altrimenti almeno indosserebbero abiti coprenti) le caratteristiche fisiche di chi muore di fame. Di chi è stato rinchiuso nei campi di sterminio: le foto dell’epoca ci mostrano le stesse gambe, le stesse braccia. Passeggiare per la mia città e incrociare tre donne alla moda che sembrano appena tornate da Auschwitz è un pugno nello stomaco. Mostra con chiarezza l’imbarbarimento e la follia della società in cui viviamo. La follia del mondo della moda. Il trionfo del brutto. La perdita del buon senso. Dell’umanità. Del rispetto della vita. Del rispetto per chi soffre la fame nei paesi del Terzo mondo.

Al degrado non ci si sottrae nemmeno se ci si rifugia in biblioteca o in chiesa. In biblioteca ho visto baldi giovani in canottiera. Non parlo delle ragazze: quelle sono almeno vent’anni che vanno in top e calzoncini anche a scuola e all’università. Ora siamo arrivati ai maschi. Studenti universitari che si recano in biblioteca per studiare in canottiera e bermuda. La forma è sostanza: non sono poli opposti. Chissà come mai nelle sale di lettura non si fa più silenzio, anche se sulle pareti c’è scritta questa bella parola.

Ma il peggio lo si trova in chiesa, perché in un luogo sacro il contrasto si fa più stridente, più vergognoso. Ho visto ragazze andare a leggere le intenzioni della preghiera dei fedeli con le infradito ai piedi. Ho visto una bambina, al termine della Messa, infilarsi i Rollerblade e pattinare verso l’uscita, sotto gli occhi compiaciuti dei genitori, sui marmi del Seicento (eravamo in una chiesa storica, in centro città).

Senta questa, Direttore. Partecipo a un pellegrinaggio di gruppo a Medjugorje. Sul pullman una signora di mezza età, impegnata in una discussione con il marito, sbraita: “Ma se la Madonna ha deciso così, saranno c…i suoi, D.. bono???” Questo all’andata. Al ritorno siamo partiti alle quattro del mattino, e qualcuno ha chiesto di fare silenzio a una riga di ragazzotti seduti in fondo, schiamazzanti già prima dell’alba. Sempre la stessa signora, che era madre di uno di loro, si offende perché avevano osato richiamare all’ordine (nemmeno rimproverare) suo figlio e gli amici di suo figlio. Non potendo dare sulla voce all’intero pullman, risponde al biasimo generale facendo della fine ironia: “Avete sentito, ragazzi? Respirate con il c..o!” Respirate con il …? Al ritorno da Medjugorje?

In questi momenti, caro Direttore, vengo assalito dalla nostalgia e non vedo l’ora di tornare a scuola. Perché a scuola tutto questo degrado… c’è, come potrebbe non esserci? Ma noi insegnanti, nel nostro piccolo, lo combattiamo. Facciamo coprire nudità, moderare le parole. Insegniamo il linguaggio del corpo e il dress code, che detto in inglese sembra pure affascinante. Trasmettiamo, insomma, i rudimenti dell’educazione e, prima ancora, l’importanza del silenzio e dell’ascolto, senza i quali nessuna educazione è possibile.

Rimproveriamo i ragazzi anche se molti genitori non ammettono che lo si faccia neppure a scuola, ma finora questo potere (questo dovere) non ce l’hanno ancora tolto. Creiamo dei microcosmi – questo sono le classi – in cui è possibile trovare un minimo di decoro, che poi è la base per distinguere il bene dal male. Alla signora impermalita sul pullman ho detto, intervenendo nel diverbio, che i giovani non vanno giustificati (“Sono ragazzi…!”), ma educati. Il primo frutto di Medjugorje non dovrebbe essere il rispetto del prossimo, di chi alle cinque del mattino vuol dormire perché già il giorno dopo deve recarsi al lavoro? Aver sentito più e più volte degli indemoniati gridare, come succede al momento dell’apparizione alla veggente, o durante l’adorazione eucaristica che segue la Messa quotidiana, non dovrebbe spingerci a riflettere sul nostro demonio personale e sulla necessità di combatterlo?

A scuola tutto questo lo insegniamo: educazione, rispetto, bellezza delle regole, importanza del corpo, ascolto, silenzio… Dopo gli attacchi devastanti che hanno colpito la famiglia e la Chiesa, la scuola è l’ultimo baluardo di civiltà.

Ma servono insegnanti preparati e coraggiosi. In fondo non è così difficile fare di una classe una piccola società virtuosa. Basta usare le armi dell’umanità e della comprensione. Io, per esempio, nelle classi nuove entro con un bel sorriso. Poi mi tolgo il sorriso dalla faccia e inizio a recitare Ezechiele 25:17 come Samuel Jackson in Pulp Fiction.

Naturalmente c’è sempre qualcuno che si crede più furbo degli altri e vuole mettermi alla prova, per verificare se passo dalle parole ai fatti. E allora fioccano le note, individuali e se necessario di classe. Anche il primo giorno? Soprattutto il primo giorno. Così imparano. Non sono venuti a scuola per imparare?

Cordiali saluti

Emanuele Gavi