Auguri a tutte le donne (buone)

Egregio Direttore,

stamattina, mentre mi facevo la barba, come al solito ascoltavo il giornale radio. Ovviamente è andato in onda un servizio sull’8 marzo. Tema: festa della donna e femminicidio. Più tardi, arrivato a scuola, ho fatto gli auguri alle gentili colleghe presenti in sala professori, e una di loro mi ha risposto piccata: “Eh… auguri! Però dovete smetterla di farci del male!” Premesso che io a questa signora non ho mai fatto nulla, mi sembra chiara la narrativa in voga oggigiorno: le donne sono buone, gli uomini cattivi. Le donne sono vittime e gli uomini carnefici. Quindi: donne buone contro uomini cattivi.

A questo porta la retorica del femminicidio, perché di retorica si tratta. Il femminicidio infatti non esiste. Esiste l’omicidio. Non voglio certo negare lo scempio delle donne uccise dal loro uomo o dal loro ex. Non voglio certo negare che togliere la vita a qualcuno sia un crimine orribile. Ma quello che accade si chiama appunto omicidio: può essere commesso da un uomo su una donna, o da un uomo su un uomo, oppure da una donna su un uomo, e addirittura, udite udite, da una donna su una donna (la regina di Biancaneve si serviva di un sicario, ma il suo intento era quello, ed è proprio il sicario – il cacciatore, un uomo – a salvare la vita alla fanciulla, e a mettere a repentaglio la propria, disobbedendo all’ordine della sua sovrana). Il termine femminicidio appartiene alla retorica femminista, quella del “noi (buone) contro di voi (cattivi)”. Serve a demonizzare il maschio. Serve a dividere l’umanità in due.

Analogamente ci sono femministe che, per riferirsi alle donne, scrivono espressioni come “la nostra comunità”. La “vostra” comunità? Pensavo che la “nostra” comunità, di voi donne e di noi uomini, fosse il genere umano. Siamo tutti uomini. Nel senso che siamo tutti esseri umani. Dividere il mondo in due squadre, femmine contro maschi, buoni contro cattivi, non solo è assurdo. È anche pericoloso, e alla lunga controproducente, se si vogliono veramente evitare conflitti, violenze e omicidi. E meno male che queste signore, che innalzano barriere protettive contro il maschio stalker, violento e potenziale omicida sempre, quando poi si cambia argomento e si discute di migranti, sono le stesse che condannano i muri e magnificano i ponti lanciati verso l’altro. Dov’è la coerenza?

Purtroppo aver abbandonato il cristianesimo per abbracciare ideologie antiumane e nichiliste ha portato i paesi occidentali a una ridefinizione dell’etica, per cui non si è più giudicati buoni o cattivi a seconda delle azioni compiute, ma in base invece alla propria identità. Alle donne viene applicata la teoria del buon selvaggio di Rousseau, così come agli immigrati, agli omosessuali… Chi appartiene a queste categorie è buono di default. Santo subito. La bontà e una predisposizione certo involontaria a diventare vittima sono caratteristiche di serie: chi fa parte di queste minoranze nasce così.

Ora, tralasciamo il fatto che non sempre queste “minoranze” vanno d’amore e d’accordo. Non posso fare nomi, quindi La prego, Direttore, di credermi sulla parola, ma ho conosciuto gay che detestano le donne (del resto possono farne a meno). E non parliamo delle donne stuprate, quando non uccise, da stranieri: che Pamela Mastropietro sia stata fatta a pezzi con precisione chirurgica non è una bufala inventata dai giornali di destra.

Ma le donne non si possono nemmeno definire una minoranza. Costituiscono più della metà della popolazione mondiale. Anzi no, non è vero: qui in Italia è ancora così (nel 2015 c’erano 94,6 uomini ogni 100 donne), e la stessa situazione si verifica in altri paesi europei (benedetta Europa!), ma l’Onu stima che nel mondo gli uomini abbiano superato leggermente le donne. Colpa di paesi come la Cina, dove si pratica il “femminicidio infantile” (si veda qui), ovvero l’aborto selettivo, conseguenza della nefasta politica del figlio unico adottata alla fine degli anni Settanta dal regime comunista. Perché al giornale radio non ho mai sentito un servizio sull’8 marzo e l’aborto selettivo? Forse perché sarebbe indelicato ricordare, proprio il giorno della festa femminista, che è l’aborto, rivendicato come una conquista e un diritto da gran parte del femminismo militante, a mietere il maggior numero di vittime di sesso femminile, e non il “femminicidio”? Indelicato e seccante, d’accordo, ma un problemino di coerenza anche in questo caso c’è.

Per farla breve, caro Direttore, la festa della donna, nata nel 1910 per volontà dei socialisti, e dedicata alla giusta e doverosa rivendicazione dei diritti delle donne (ricordiamo che all’epoca le donne nemmeno votavano), oggi mi pare divenuta la consacrazione della battaglia dei sessi.

Delle donne non si parla male, il che è senz’altro giusto se ci riferiamo a insulti, allusioni volgari o frasi sessiste. Nel 2016 è saltato fuori un video in cui Donald Trump pronunciava sboccati commenti a sfondo sessuale su una presentatrice televisiva. Il video risale al 2005: undici anni prima. Trump si scusa, e dichiara che nel frattempo è diventato “un uomo migliore”. Speriamo. Nel novembre scorso, questa volta in Italia, l’attrice Angela Finocchiaro dichiara che tutti gli uomini sono pezzi di emme. Non lo fa in un fuori onda, come Trump, ma durante la trasmissione di Rai 3 La Tv delle ragazze. La scena prevede un dialogo con dei bambini. Una bimba chiede: “Anche il mio papà?” E lei: “Soprattutto il tuo papà”. Non mi risulta che la signora Finocchiaro o gli autori del programma si siano mai scusati per questo inqualificabile siparietto. Ma il rispetto o vale per tutti o per nessuno, giusto? Invece pare proprio che sugli uomini si possa sparare a zero. Guai invece a parlar male delle donne.

Eppure la letteratura ce ne ha parlato male, e parecchio. Non per sessismo, ma per il desiderio di guardare in faccia la realtà. Ed è per questo che la letteratura resta il miglior antidoto alla criptodittatura del politicamente corretto. Donne buone per natura? Chiedetelo a Medea, protagonista della celebre tragedia di Euripide, che per vendicarsi del suo uomo, reo di averla piantata e sostituita con un’altra (le stesse motivazioni all’origine di tanti “femminicidi”, ma la situazione è rovesciata), ha ucciso i figli che aveva generato con lui. Oggi in psichiatria si parla di sindrome di Medea e di complesso di Medea: esistono ancora donne che uccidono i propri figli (i propri figli!), o distruggono la relazione che essi hanno col padre (in questo caso l’uccisione è simbolica: succede dopo le separazioni conflittuali).

Chiedetelo alla Lupa di Giovanni Verga, una donna attraente e di smodati desideri sessuali, che farebbe la gioia di qualsiasi uomo di sani e robusti appetiti, ma costituisce un bel grattacapo per il marito di sua figlia, che se la ritrova continuamente tra i piedi a tentarlo, con grande sofferenza della povera consorte, cornificata dalla madre, e scandalo di tutto il paese, finché disperato non la uccide. Colpevole. Assolutamente colpevole. Però la novella La Lupa dimostra che non sempre le vittime sono innocenti.

Così come non sempre le donne sono vittime, ma possono diventare carnefici. Nel primo dei Quarantanove racconti del premio Nobel per la letteratura Ernest Hemingway, La breve vita felice di Francis Macomber, il vigliacco protagonista diventa coraggioso, ma la felicità per l’avvenuta maturazione interiore è di breve durata, perché la moglie, a quel punto timorosa di essere lasciata, lo fa secco con un colpo di fucile. E questo come lo chiamiamo? Un maschicidio?

Le donne malvagie, insomma, esistono (così come, del resto, esistono ancora oggi uomini forti e fedeli). Io stesso ho qualche esperienza in merito. Tra le altre ho conosciuto una signora che di professione – abbiamo scoperto poi – fa la tagliatrice di teste. Cioè viene assunta per ridurre il personale con metodi subdoli. La sua specialità? Costringere la gente a licenziarsi. Ne sappiamo qualcosa, noi che lavoravamo sotto di lei e abbiamo trascorso un anno di simpaticissimo mobbing.

È l’uomo in sé, l’essere umano, ad avere una natura incline al male, come insegna Il signore delle mosche, splendido romanzo di un altro scrittore insignito del Nobel, William Golding. Ci disturba chiamarlo peccato originale? Chiamiamolo per lo meno male, allora. Perché il male esiste. La tentazione al male esiste, e tocca tutti, uomini e donne.

Egregio Direttore, proprio chi è consapevole di questo, ed è capace di gettar via i paraocchi delle ideologie, può cogliere il valore inestimabile che la donna rappresenta per l’uomo (e viceversa). L’importanza straordinaria della complementarità dei sessi. Il dono immenso che ci è stato fatto, per quanto sia impegnativo, e costi spesso fatica e a volte dolore: il dono che consiste nella necessità stessa di donarsi. All’altro o all’altra.

E allora quest’8 marzo, se me lo consente, vorrei fare gli auguri a tutte le donne buone. Quelle che sostengono con affetto i loro uomini, che crescono con pazienza i loro figli, che donano la loro vita al mondo perché il mondo sia un posto migliore per tutti. Quelle che ci mandano in cielo, non come la saponificatrice di Correggio, ma come la Vergine Maria, che col suo manto azzurro copre ancora questa nostra misera Europa, sazia e saccente, e la illumina con la sua corona di dodici stelle (sì, l’azzurro e le stelle che caratterizzano la bandiera dell’Unione Europea sono riferimenti voluti alla Mamma celeste).

È per merito di donne come voi, è da donne come voi che ciascuno di noialtri esseri umani è nato. Quindi auguri! E grazie

Emanuele Gavi