Da Flaubert alle femministe la famiglia fa schifo. E sull’8 marzo si confrontano Lega e Pd

Egregio Direttore,

sulle donne e sui ruoli che esse possano o debbano ricoprire (gira che ti rigira possiamo ridurli a quelli di lavoratrice e di madre) si gioca il futuro del nostro paese e dell’Occidente intero. Secondo l’Istat, nel 2017 il tasso di fecondità delle italiane era di 1,32 figli per donna, con minimi di 1,14 in Liguria e addirittura 1,04 in Sardegna (si veda qui). Siamo ben al di sotto del livello di sostituzione (almeno 2,1 figli per donna): se da due genitori nasce un figlio solo, la popolazione non si riproduce, ma si dimezza, si dimezza, si dimezza, finché non esiste più. Non è che le cose vadano meglio negli altri paesi dell’Ue. Già negli anni Settanta lo storico francese Pierre Chaunu definì “peste bianca” il declino della popolazione europea, che si riduce come avvenne nel 1348, con la differenza che a quell’epoca imperversava la peste nera. Quindi il primo problema che dobbiamo affrontare in Italia, e in Europa, non è il riscaldamento (globale), ma l’inverno (demografico). Mentre Lega e Movimento 5 Stelle litigano sulla Tav, e i governi precedenti legiferavano su similmatrimonio gay e divorzio lampo (due misure che non mi sembrano proprio utilissime a risolvere l’emergenza), noi italiani ci stiamo avviando all’estinzione. Salviamo la tigre del Bengala, per carità. Ma salviamo anche gli italiani, che con tutti i loro difetti hanno dato al mondo san Francesco, Giotto, Dante, Colombo, Leonardo e Caravaggio, Galileo ed Enrico Fermi, il Rinascimento e il Neorealismo. Nessun altro popolo ha prodotto una tale fioritura di uomini d’ingegno. Con tutto il rispetto per gli svedesi, non mi risulta che ci siano altrettanti svedesi celebri in tutto il mondo.

Dunque sulla donna ci giochiamo il futuro, perché senza madri niente posteri. Lo so, lo so: è un discorso che sa tanto di fascismo. Ma questo perché siamo cresciuti in una cultura che criminalizza la famiglia, specie quella numerosa e cattolica, bollandola come retaggio del Ventennio (o del Medioevo, tanto nessuno sa nulla del Medioevo vero, quando le donne, dal romanzo cortese allo stilnovo, erano messe su un piedistallo). Direttore, l’ha mai visto il film Monty Python – Il senso della vita? C’è una scena molto significativa al proposito (e molto ben girata, bisogna riconoscerlo), che satireggia sui cattolici prolifici come conigli (si veda qui). Eravamo agli inizi degli anni Ottanta. Oggi ci ritroviamo sulla via dell’estinzione, grazie a questa cultura di morte che ha dileggiato in tutti i modi possibili, compresi quelli più vergognosi, il cristianesimo, la paternità (pardon: il patriarcato), la famiglia, e di conseguenza la maternità e il ruolo fondamentale delle madri.

Alle mie alunne ho letto quell’inno sublime alla maternità che è la lauda Donna de Paradiso di Jacopone da Todi (autore oggi saltato da molti colleghi per dare spazio al Novecento…). Mi chiedo: quanti altri insegnanti affrontano in qualche modo il tema della maternità? (E quello della paternità, per cui consiglio I quarantanove racconti di Ernest Hemingway, in particolare lo splendido Padri e figli che chiude la raccolta.) Quanti si limitano a tematiche quali il riciclo della plastica e la prevenzione del cyberbullismo? Eppure i nostri ragazzi, che dai 10 ai 20 anni devono formarsi a scuola e diplomarsi, nel decennio successivo dovranno laurearsi e trovare un impiego, oppure cercarsi subito un’occupazione senza passare per l’università, e poi sposarsi e fare il primo figlio: presentare loro questo percorso non sarebbe male. Sempre se vogliamo evitare l’estinzione, naturalmente.

Molti dei miei studenti dicono: “Non mi sposerò mai”. Benissimo. Se il massimo degli ideali che insegniamo a scuola è la piramide alimentare, non c’è da stupirsi. Alle studentesse italiane, e ai loro coetanei maschi, a scuola viene proposto un unico obiettivo: il lavoro. Il lavoro è diventato un fine, mentre in primo luogo è un mezzo, e tra le altre cose serve a mettere su famiglia. Oggi sembra piuttosto che la famiglia sia solo un ostacolo alla vita lavorativa.

Della famiglia a scuola si parla, certo, ma in termini di oppressione, rifiuto, tragedia. Leopardi viveva da schifo con quel padre che pure, raccogliendo una ricchissima biblioteca in un borgo sperduto delle Marche, gli consentì di diventare un genio. Manzoni uccise involontariamente sua moglie costringendola a partorire un’infinità di volte (e sì che queste erano le usanze dell’epoca: Enrichetta Blondel ebbe dieci figli dall’autore dei Promessi sposi, ma la regina Vittoria di figli ne ebbe nove, e Maria Teresa d’Austria, il secolo precedente, addirittura sedici). Pirandello aveva una moglie pazza e riteneva la famiglia e la vita due trappole mortali (in una novella scrive: “Ci accoppiamo, un morto e una morta, e crediamo di dar la vita, e diamo la morte… Un altro essere in trappola!”). A Pascoli ammazzarono il padre, e il poeta ne fu segnato a vita; Kafka dal padre fu umiliato (segnato a vita anche lui); Umberto Saba dovette crescere senza il padre, che per lui era “l’assassino” (alla maturità 2016 una traccia della prima prova presentava tre diverse figure paterne: tutte e tre negative). Con la contestazione, poi, sulla famiglia si spara addosso di proposito: Moravia la riteneva “insopportabile come istituzione” (si veda qui). A questo punto verrebbe da dire: meglio essere orfani.

E delle madri che si dice? Vediamo: in molta letteratura degli ultimi 200 anni la famiglia è dipinta come luogo di oppressione e tormento per le donne. In Casa di bambola, dramma del norvegese Henrik Ibsen, considerato il padre della drammaturgia moderna, la protagonista pianta tre figli ancora piccoli e un marito che la ama, ma ha il vizio di trattarla come una bambina. Madame Bovary, nelle pagine del capolavoro di Gustave Flaubert, rovina economicamente marito e figlioletta per correre dietro ai suoi sogni romantici. Anche nel suo caso, il marito la ama teneramente, ma ha il difetto di essere stupido.

E poi ci stupiamo che giovani educati su testi del genere non ardano dal desiderio di sposarsi e avere dei bambini? Eppure la famiglia rimane lo scrigno in cui ognuno di noi trova i suoi tesori, oltre che le sue croci. La felicità non sta nel lavoro, ma nella famiglia. Lo testimoniano, a contrario, i tanti divi di Hollywood che si sono uccisi (eppure al successo c’erano arrivati). Lo testimonia la gente comune, quando si interroga sul senso della vita: basta leggere, su YouTube, qualcuno dei toccanti commenti al brano di Antonello Venditti Che fantastica storia è la vita (si veda qui). È nella famiglia che troviamo il significato della nostra esistenza, identifichiamo le radici del nostro essere, lasciamo la nostra eredità su questa terra. E a scuola parliamo alle giovani (sentito con le mie orecchie) del grave problema costituito dal fatto che tra i top manager italiani il numero delle donne è ancora basso? Di questo devono preoccuparsi ragazze che fin da bambine vivono in famiglie disgregate, segnate dalla mancanza d’amore, quando non dalla malattia o da piaghe come l’alcolismo e l’abuso di psicofarmaci e stupefacenti?

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Caro Direttore, nelle cronache dell’ultimo 8 marzo sono emersi due messaggi politici sulla famiglia, e sul ruolo che la donna è chiamata o meno a ricoprirvi. Uno è stato lanciato dalla senatrice del Pd Monica Cirinnà, che ha legato il suo nome alla legge sulle unioni civili (di lei avevo già scritto qui). L’altro è riportato su un volantino della Lega di Crotone. Entrambi sono stati subissati di critiche, perché giudicati offensivi. Io francamente non trovo offensivo né il cartello della Cirinnà, che si presenta come satira, per quanto scurrile, né il testo dei leghisti meridionali (certo, ci sono femministe molto suscettibili, salvo poi offendere i credenti a suon di bestemmie: si veda qui).

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Sono invece messaggi rivelatori della visione contrapposta di due aree politiche, che non si sovrappongono perfettamente ai partiti di cui fanno parte Cirinnà e salviniani crotonesi. Ma che esistono, e oggi si incardinano su Lega e Pd.

C’è uno scontro decisivo in atto nel nostro paese, e non solo. Uno scontro culturale, da cui però dipende il futuro dell’intera società italiana, dell’Europa e dell’Occidente. Chissà se le mie studentesse hanno compreso cosa si gioca sulla loro pelle…

Cordiali saluti

Emanuele Gavi